obiettivo
bibliografia

La storia delle Case del Popolo è una storia complessa. La prima Maison du Peuple nacque in Belgio, a La Louviere-Jolimont, nella seconda metà dell'800, come espressione della II Internazionale socialista. Fu davvero una rivoluzione, sia dal punto di vista politico, che architettonico: una Casa costruita, faticosamente, con i soldi dei lavoratori e per i lavoratori. Con uno schema rigido: la cooperativa di consumo, il teatro, il bar-posto di ritrovo con i giornali socialisti, lo 'scaldatoio' pubblico e gli uffici politici. Un fenomeno che 'sconfinò' presto anche in Francia e in Olanda. Un nuovo punto di aggregazione per anarchici, repubblicani e socialisti che fino ad allora erano stati costretti a ritrovarsi nelle osterie per studiare le loro strategie politiche. In Italia, dalla fine dell’800 e prima del fascismo, ne nacquero moltissime, soprattutto nel centro-nord, e in particolar modo in Emilia-Romagna e Toscana.

Con l’avvento del fascismo le Case del Popolo precipitarono inesorabilmente nel baratro della dittatura. In principio, gli squadristi si ‘limitarono’ a distruggerle, saccheggiarle ed incendiarle. Stesso destino fu riservato alle camere del lavoro, alle cooperative ed alle sedi dei partiti di sinistra. Nella sola settimana dal 27 maggio al 3 giugno del 1920, nel bolognese, vengono devastate ed incendiate tre sedi della camera del lavoro e di enti autonomi, nove cooperative agricole, dieci cooperative di consumo, quattro magazzini di cooperative, cinque depositi di macchine agricole e due leghe operaie. Nella notte fra il 6 ed il 7 ottobre nelle zone tra Forlì, Cesena e Forlimpopoli i fascisti incendiano le sedi socialiste e comuniste. In tutta la regione le spedizioni punitive contro le organizzazioni “rosse” generano violenza e lutti. In un secondo momento con la presa del potere da parte del Pnf, e l’eliminazione delle opposizioni, le Case del Popolo e le cooperative sono gradualmente annesse al regime e trasformate in “case del fascio”. La loro gestione sarà affidata ad un’organizzazione coatta che da quel momento sarà la più ramificata sul territorio, denominata Opera Nazionale Dopolavoro (OND).

Solo dopo la lotta di Liberazione le forze partigiane ed antifasciste si riapproprieranno delle Case del Popolo che, in un clima “unitario”, divengono sedi dei partiti di massa: Pci, Psi, Dc. L’idillio dura poco.

Difatti la spaccatura nasce dalla scelta del governo di Liberazione di lasciare inalterata la legge del ’37 che attribuiva la proprietà degli immobili “acquisiti” durante “il ventennio”, all’Ente di gestione costituito dai fascisti, l’OND.

In pratica, dell’Ente si vuole cambiare solo il nome (ENAL) ma le modalità di gestione e la proprietà degli immobili restano immutate. In questo frangente si creano due correnti: i più vecchi propongono la resurrezione della federazione delle cooperative e circoli recriminando la legittima proprietà delle Case del Popolo, realizzate attraverso sottoscrizioni volontarie di aderenti, soprattutto contadini ed operai, che le avevano costruite, in moltissimi casi, con le loro mani. I più giovani invece, in nome della volontà unitaria in voga in quel periodo, sostengono la proposta del governo. Vinsero i secondi, ma fu una vittoria di Pirro: infatti nel 1947 i circoli cattolici abbandonano l’ENAL per aderire alle ACLI ed i repubblicani, l’anno successivo, costituiscono l’ENDAS. Le Case del Popolo attraversano quindi un periodo di crisi che si intensifica nel 1954 a seguito della controffensiva impugnata dal governo Scelba il cui obiettivo è quello di colpire duramente la sinistra. E lo fa emanando il decreto di sfratto mirato ad indebolire la struttura democratica ed antifascista. Ciò innescherà fragorose proteste ed occupazioni diffuse di Case del Popolo, che in molti casi culmineranno in durissimi scontri tra forze dell’ordine ed occupanti. La lotta fu dura ed aspra e le sinistre spostarono il tiro: da quel momento in poi l’obiettivo non fu quello di avviare l’ENAL ad un processo di democratizzazione, ma la sua totale soppressione. Nel 1957 si riuniscono a Firenze i rappresentanti dei comitati a difesa dei circoli, dando vita all’ARCI riconosciuto ufficialmente “solo” dieci anni più tardi ma che divenne ben presto una realtà associativa ben organizzata in grado di sostenere e rianimare le case del popolo come centri di vita sociale e culturale. Nell'immaginario collettivo, le Case del Popolo più grandi, le più imponenti restano, ancora oggi, quelle di matrice comunista. Quelle di Peppone.